(ottobre 2016)
a cura di Nicola G. De Toma, Vincenzo F. Scala, Vinicio Ruggiero


A - B - C - D - E - F - G - H - I - L - M - N - O - P - Q - R - S - T - U - V - W - Z

M

Mal di montagna

Con questo termine ci si riferisce ad una complessa sintomatologia che può verificarsi in chi si spinge in alta quota.
Si tratta di un cattivo acclimatamento all'altitudine che può essere, in parte, controllato bene.
Quando siamo sopra i 2.500 3.000 metri, insonnia, mal di testa, stordimento, inappetenza, nausea e vomito potrebbero essere segnale di mal di montagna acuto.
Si può dire, grosso modo, che il mal di montagna è provocato da una diminuzione dell'ossigeno nell'organismo, collegata all'innalzamento della quota alla quale ci si trova.
I sintomi, di solito, si manifestano circa 4-8 ore dopo l'arrivo in quota, sotto forma soprattutto di mal di testa, poi insonnia, inappetenza e/o nausea e/o vertigini.
Se i sintomi sono lievi e isolati, potrebbero bastare anche l'assunzione di aspirina e un po' di riposo. Se però queste precauzioni non hanno effetto, bisogna interrompere la salita e ridiscendere fino al punto in cui i sintomi scompaiono.
Se i sintomi si presentano in forma grave, tutti insieme e si aggiungono affaticamento eccessivo, diminuzione delle urine o difficoltà a respirare anche mentre si riposa, siamo di fronte ad una forma grave di mal di montagna, che potrebbe anche degenerare in edema polmonare e/o edema cerebrale. L’edema polmonare si manifesta con dolori al torace, senso di prostrazione, insufficienza respiratoria; l’edema cerebrale con fortissima cefalea, nausea, vomito, coma. Entrambi i quadri si sviluppano in modo rapido e tumultuoso, ma si risolvono abbastanza rapidamente con il pronto ritorno al di sotto dei 2000 metri oppure con la somministrazione di ossigeno
In questi casi, può essere necessaria la camera iperbarica. Un intervento medico è assolutamente indispensabile per la diagnosi e la definizione dei farmaci da assumere.
Se a scatenare il mal di montagna sono soprattutto il dislivello percorso, la quota raggiunta, il tempo di permanenza in quota e la predisposizione individuale, per ridurre al minimo il rischio di contrarla possono essere adottate tre regole di base.

1) Non salire troppo in fretta e troppo in alto.
Oltre i 3.500 metri si dovrebbero affrontare, al massimo, dislivelli medi di 400 metri al giorno. Se questa soglia viene superata, l'ideale sarebbe di ridurre il dislivello percorso nel giorno successivo.
Ricordarsi che l'eccessivo affaticamento espone ad un maggior rischio di mal di montagna.
Bisogna prestare attenzione ai segnali del proprio fisico anche se si seguono i consigli sopraccitati. Una buona acclimatazione è provata da buon appetito, sonno tranquillo e nessun mal di testa.

2) Salire abbastanza in alto per acclimatarsi
E' necessario programmare il periodo di acclimatazione sulla base della quota massima che si deve raggiungere. Il fisico, infatti, deve abituarsi gradatamente alla carenza di ossigeno che aumenta man mano che si sale.
Il campo base deve essere abbastanza alto da preparare il corpo allo stato di ipossia in cui si troverà nei giorni successivi. E’ il posto dove l'acclimatazione viene perfezionata.
I campi base delle spedizioni sugli ottomila si trovano sempre tra i 4800 e i 5200 metri di quota.

3) Non restare in alto troppo a lungo.
Oltre i 5500 metri, il corpo umano perde muscolatura, peso e neuroni. Di solito, la fase di acclimatamento nella quale il fisico è adattato alla quota e ancora in grado di dare prestazioni elevate non dura più di quattro settimane.
Il degrado è tanto più veloce e intenso quanto più vengono compiuti sforzi intensi e quanto più tempo si resta in quota. Inoltre, si consideri che il livello di nutrizione ad alta quota è sempre inferiore all'energia spesa.

Altre regole importanti sono:
• bere più del normale: questo serve a combattere la disidratazione indotta sia dalla secchezza dell’aria, che dall’iperventilazione
• Evitare il fumo e le bevande alcooliche. Non assumere sonniferi o altri sedativi.
Per spedizioni importanti è raccomandabile avere un medico al seguito.

Ma il termine descrive anche un’altra sindrome, in qualche modo simile al “mal d’Africa”, caratterizzata da struggente nostalgia e desiderio improvviso, che colpisce l’abitante delle città soprattutto quando, nelle limpide giornate di tramontana, attraverso occasionali varchi tra le siepi di palazzi, o da qualche punto più elevato dell’intrico urbano delle strade, le montagne compaiono in lontananza, inattese, col loro potente richiamo.
Tornano alla mente le parole cantate di Paolo Conte:

Lontano, lontano oltre Milano,
oltre i gasometri, oltre i manometri
oltre i chilometri e i binari del tram,
lontano, lontano, molto lontano,
oltre l’acqua corrente e l’elettricità

(Molto lontano, Paolo Conte, dal CD “elegia”.

Montagna

La Montagna è un elevazione della superficie della Terra che si estende sul terreno circostante, per un’area limitata. Deve avere un’altezza di almeno 600 metri. Le montagne si formano per sollevamento quando larghe zone vengono rotte da faglie che creano grandi dislocamenti tendenti al verticale. La formazione delle montagne avviene in lunghi tempi definiti, detti progenie.
Le montagne che hanno altezza maggiore tendono a presentarsi come dei lunghi archi e indicano attività e confini delle placche tettoniche.
Spesso la montagna è vista come luogo di sofferenza, di solitudine, dove si ha freddo, dove ci si può perdere, dove non c'è lavoro. Per noi la montagna è e deve essere il luogo della salute, della fascinazione, della verticalità, dell'andare verso l'alto, delle prospettive di nuovi orizzonti, dello stare insieme in un rifugio..
La montagna è, comunque, "ambivalenza".

Montagnaterapia

Con il termine MONTAGNATERAPIA si definisce un originale approccio metodologico a carattere terapeutico-riabilitativo e/o socio-educativo, finalizzato alla prevenzione, alla cura e alla riabilitazione degli individui portatori di differenti problematiche, patologie o disabilità; esso è progettato per svolgersi, attraverso il lavoro sulle dinamiche di gruppo, nell’ambiente culturale, naturale ed artificiale della montagna.
La Montagnaterapia, rivolgendosi all’interezza e inscindibilità della persona e del sé, considerato nella fondamentale relazione con il contesto secondo il paradigma biopsicosociale, si pone l’obiettivo della promozione di quei processi evolutivi legati alle dimensioni potenzialmente trasformative della montagna.
La Montagnaterapia si attua prevalentemente nella dimensione dei piccoli gruppi (dai tre ai dieci partecipanti) anche coordinati tra loro; utilizza controllate sessioni di lavoro tecniche a carattere psicofisico e psicosociale (con forte valenza relazionale ed emozionale) che mirano a favorire un incremento della salute e del benessere generale e, conseguentemente, un miglioramento della qualità della vita.
Nella Montagnaterapia, per raggiungere gli obiettivi prefissati, gli interventi socio-sanitari si articolano e si integrano con le conoscenze culturali e le attività tecniche proprio delle discipline della montagna (frequentazione dell’ambiente montano, pratica escursionistica o alpinistica, sci, arrampicata, ecc.) per tempi brevi o per periodi della durata di alcuni giorni (sessioni residenziali), nel corso dell’intero anno. Il lavoro viene in ogni caso integrato con gli eventuali trattamenti medici, psicologici e/o socio-educativi già in atto.
Le attività di Montagnaterapia richiedono l’utilizzo di comprovate competenze cliniche e l’adozione di appropriate metodologie, che riguardano anche la specifica formazione degli operatori e la verifica degli esiti.
Le attività di Montagnaterapia vengono progettate ed attuate prevalentemente nell’ambito del Servizio Sanitario Nazionale, o in contesti socio-sanitari accreditati, con la fondamentale collaborazione del Club Alpino Italiano (che ne riconosce ufficialmente le finalità e l’Organizzazione Nazionale) e di altri Enti o Associazioni (accreditate) del settore.
Il termine Montagnaterapia è stato utilizzato per la prima volta in un articolo a commento del Convegno Nazionale: “Montagna e solidarietà: esperienze a confronto”, svoltosi nel settembre 1999 a Pinzolo, TN (in Famiglia Cristiana, n. 44/1999, pag. 143).