Relazione di Carlo della gita al Gran Sasso

È il 4 luglio 1996, sono le otto di mattina. Mi alzo per preparare lo zaino da portare nella gita di montagna del Gran Sasso organizzata da Gianni. Alle nove sono nel cortile del CIM con i bagagli e aspetto gli altri 4 componenti del gruppo per partire. Di particolare ho portato un walkman, per ascoltare della musica durante il viaggio, una macchina fotografica e un gioco di società, Scarabeo. Aspetto un poco e poi arrivano: i due professori, Gianni e Paola, e gli altri due utenti del CIM, Beatrice e Simone. Gianni già lo conoscevo, una persona dall' atteggiamento positivo che infonde fiducia nelle persone, comunicativo, giovanile. Paola ha un aspetto gradevole, ma nel vederla non colgo altre sue caratteristiche, Beatrice anche è piacevole, Simone invece ha una postura del capo china in avanti e gli occhi rivolti sempre in basso, l' aspetto normale.
Carichiamo i bagagli e partiamo con una uno bianca. Io subito mi metto le cuffie e accendo il walkman, ascolto la radio, mi isolo completamente, non ascolto i dialoghi degli altri passeggeri, guardo la strada che scorre e di tanto in tanto cambio la sintonia, è bello mi piace. Talvolta vengo invitato a partecipare alle conversazioni, ma la musica mi attrae di più. Intanto il paesaggio ai bordi della strada pian piano cambia, si passa dal grigiore della città, di case tutte uguali alla spaziosità del raccordo anulare, a quella ancora maggiore dell' autostrada.
Vengo quindi invitato a tenere un solo auricolare nelle orecchie, per partecipare seppur minimamente alla conversazione. E intanto più ci allontaniamo dal centro abitato e minori sono le stazioni che ricevo con la radio, e nel contempo i dialoghi all' interno dell' auto sono sempre più coinvolgenti.
Ormai siamo lontani da Roma, nella radio non trovo più di un paio di stazioni, mi annoia e la spengo definitivamente. Passa poco tempo e arriviamo alla base della funivia di Campo Imperatore, ci avviamo per prenderla ma fortunatamente non è in funzione. Dobbiamo salire a Campo Imperatore in macchina, meno male.
Dopo poco siamo arrivati, scendiamo dalla macchina, carichiamo gli zaini sulle spalle e ci incamminiamo sul sentiero che ci porterà al rifugio Duca degli Abruzzi, 2398 metri d'altezza.
Il tempo è bello, c' è il sole, ma anche molto vento. Il sentiero è pieno di brecciolino, non mi piace, più si sale e più è irto, sembra non finire mai. Si fatica abbastanza e nonostante il forte vento si suda. Dopo oltre mezz' ora di cammino si arriva al rifugio, il vento è più forte. Ci viene incontro Lamberto, il gestore del rifugio, ha il viso scavato come quello di uno che lavora tanto, fisicamente, e mangia poco. L' aspetto è quello di una persona semplice, umile, un tipico montanaro.
Entriamo nello chalet, è piccolo, raccolto, la sala da pranzo è spartana, panche semplicissime e tavoli in legno, il bagno è in fondo ad una scala abbastanza ripida. Ormai è ora di pranzo, ci sediamo ad un tavolo e mangiamo, il cibo è ottimo e c' è anche la torta al cioccolato.
È ancora presto, abbiamo parecchie ore di luce a disposizione. Gianni propone di andare al rifugio Garibaldi seguendo il sentiero che guardando il Corno Grande dal rifugio dove siamo va a destra, siamo tutti d' accordo e si va.
All' inizio il sentiero è facile, ma poi passa tra le rocce ed è impervio e scosceso, mi mette paura, ho la sensazione di scivolare tra le rocce, per mantenere l' equilibrio abbasso il baricentro del corpo e cammino quasi a quattro zampe. Penso subito che io non sono portato per la montagna, ma tempo dieci minuti ed il pericolo è passato. Il sentiero diventa facile ed in poco tempo arriviamo al rifugio Garibaldi, il posto è bello, ci riposiamo un po'. E via sulla strada del ritorno, già penso a quel paesaggio impervio tra le rocce, il solo pensiero mi mette a disagio. Ma eccolo di fronte a me, non c' è tempo per pensare, bisogna andare avanti, a testa bassa ma ben concentrati su dove mettere i piedi.
Ce l' ho fatta, mi stupisco di me stesso. Siamo al rifugio Duca degli Abruzzi, fra poco si cena.
Il cuoco si scopre che si chiama Francesco, è un tipo capellone dalla comunicazione molto diretta. Sto mangiando, ma ho un solo pensiero fotografare il tramonto, guardo il sole dalla finestra mentre scende, ecco lo sto per perdere, esco di corsa, afferro la macchina fotografica, inquadro e scatto, sarà venuta bene la foto? Bo. Ma più scorre il tempo e più mi accorgo che i colori del cielo che scendono all' orizzonte diventano forti, più ricchi di contrasto, dal blu all' azzurro gradatamente al rosso arancione, bellissimo. È sera ormai, conosco Rita l' aiuto cuoco-cameriera, è alta snella, i capelli neri lisci e un viso da indiana, dai tratti molto rettilinei. Molto essenziale e specifica nella comunicazione.
Socializzo un po' con Beatrice e Simone e decidiamo di giocare a Scarabeo. Beatrice appare una persona molto composta, semplice, dal comportamento molto lineare, fatto di sguardi semplici e sorrisi accennati. Simone invece sembra troppo ricurvo su se stesso con la testa china e gli occhi bassi e la voce bassissima, quasi abbia paura che qualcuno lo senta.
Dunque giochiamo, e mentre Beatrice rivela la sua semplicità nelle parole che compone, Simone invece mette in mostra una insospettabile, data l' apparente inoffensività, capacità di comporre parole qualitativamente e culturalmente notevoli. Sicuramente con un po' di pratica diventerebbe un ottimo giocatore di Scarabeo. Finisce la partita, andiamo a dormire, ma la scala che porta alla soffitta, dove si dorme,  è per me altissima, ho paura a passare dalla scala al pavimento della soffitta, e allora Gianni mi da un aiuto.
Ci facciamo i letti e poi a dormire tutti insieme nella stessa stanza, io Beatrice e Simone come fratelli. Si spegne la luce, c' è un silenzio assoluto e il buio è totale, avrei preferito avere una finestra tramite cui guardare il cielo notturno, pazienza.
È mattina, sono le otto, Beatrice mi sveglia, gli altri si sono già alzati. Mi vesto e scendo in sala da pranzo. Gianni, Paola, Simone e Beatrice stanno già facendo colazione. Dopo poco siamo pronti per andare al monte Cefalone, si parte. Ad un' ora dalla partenza il sentiero scende quasi verticale, io ho paura, piuttosto che fermarmi, cosa che mi provocherebbe il panico, scendo piano aggrappandomi al terreno con le mani. Ce l' ho fatta, meno male. Arriviamo quasi al monte Cefalone e poi decidiamo di tornare indietro fino al passo della Portella. Attraversato il passo, troviamo sulla destra un costone che sale tutto innevato, ci tiriamo qualche palla di neve e poi saliamo sul punto più alto innevato e scendiamo giù scivolando sulla neve, sembra di andare su un bob.
Andiamo avanti e arriviamo nella valle chiamata campo Pericoli. Dopo poco siamo arrivati su una collinetta tutta verde priva di rocce, dove il giorno prima un aliante aveva fatto un atterraggio di fortuna. L' aereo è in perfetto stato, il pilota ha fatto una manovra d' atterraggio da vero asso del cielo.
Ci mettiamo all' ombra delle ali dell' aliante e mangiamo.
Finito il pranzo ci dirigiamo verso il rifugio Garibaldi. Arriviamo, ci sono dei ragazzi che giocano a pallone, noi ci mettiamo a prendere il sole. Ma poi io e Gianni fraternizziamo con quei ragazzi e giochiamo a pallavolo.
Finiamo di giocare, i ragazzi ci salutano e se ne vanno. Dopo poco partiamo pure noi per tornare al rifugio Duca degli Abruzzi. Passata circa un' ora di cammino mi ritrovo di fronte a quel passaggio tra le rocce molto impegnativo che ho già fatto 2 volte il giorno prima. Mi accorgo di avere meno paura ad attraversarlo rispetto al giorno precedente, questo è segno che superare le proprie paure è possibile mettendosi alla prova poco per volta.
Arriviamo al rifugio, è presto, facciamo una partita a Scarabeo, io e Beatrice, e Simone (?); non mi ricordo se giocò con noi oppure si mise a dormire.
Dopo, io, Paola e Beatrice, e forse anche Simone, decidiamo di andare giù a Campo Imperatore. Gianni decide di non venire.
Tornati al rifugio Duca degli Abruzzi scopriamo che Gianni, quel gran “bip” è andato da solo al Corno Grande passando per il sentiero la direttissima. È arrivato in cima in 1 ora e un quarto, incredibile. Paola rosica e dice forse “quando torna Gianni lo strozzo”.
Ecco il professore che torna, incredibile corre. Parlo con Gianni e scopro che è istruttore di alpinismo da più di 10 anni, ecco perché è così bravo nelle arrampicate. Rientriamo nel rifugio ed io, Beatrice, Simone e Paola giochiamo a carte.
Ormai è ora di cena e si rinnova il mio appuntamento con il tramonto. Mangio ma ad un certo punto mi accorgo che è ora di uscire per fotografare il tramonto.
Inquadro e scatto, ma la macchina non funziona, panico, oddio la macchina s' è rotta. Riprovo e riprovo e alla fine riesco a fare la foto. Rientro e finisco di mangiare.
Cristina compare portandoci le portate, è una specie di cameriera, ha un aspetto molto semplice.
Domani mattina voglio vedere l' alba, chiedo a Lamberto a che ora mi devo alzare, mi risponde le 4.30, terribile. Decido quindi di non prendere la mia medicina, il Leponex, e metto la sveglia. Gianni mi presta una lampada da minatore per potermi alzare nel buio della notte, si mette in testa ed è molto comoda.
Mentre parlo con Gianni un lampo mi illumina la mente, ha lo stesso atteggiamento e modo di fare di Gianni Morandi, glielo dico e lui mi dice che già altre persone glielo hanno detto.
Sono le 10.30, vado a dormire, ho solo 6 ore di sonno a disposizione. La sveglia suona, sono le 4.30, mi sveglio immediatamente, spengo la sveglia e accendo la lampada da minatore, è comoda, mi vesto, tutti dormono, scendo in sala da pranzo, esco vado dietro il rifugio e osservo l' aurora, sono solo, si sente soltanto il cinguettio degli uccelli. C' è vento ma non fa eccessivamente freddo, aspetto il momento in cui i colori dell' aurora si fanno più contrastanti e scatto la penultima foto.
Dopo poco mi viene incontro Lamberto mi saluta e dice che va giù a prendere l' acqua a Campo Imperatore col trattorino cingolato.
Passa mezz' ora e il primo raggio di sole scavalca la montagna, faccio l' ultima foto.
Ormai non mi resta che aspettare che si alzino gli altri per fare colazione insieme. Dunque si sveglia Rita, poi Francesco e poi Cristina. Verso le otto finalmente si alzano i miei compagni d' avventura, Beatrice, Simone, Gianni e Paola, facciamo colazione e poi tutti fuori a prendere il sole.
I dialoghi sono molto interessanti. Paola evidenzia tutta la sua vitalità e voglia di giocare e scherzare, sembra una bambina vivace come parla. È piccola compatta ma ben fatta. Mentalmente molto interessante. Ma scopro un po' deluso che non è sposata e non ha figli. Come mai una donna così attraente nel fisico e nel modo di fare non ha trovato un compagno? Sfortuna o forse c' è qualche aspetto negativo di lei che non colgo?
Penso a lei che sarebbe un' ottima madre, e invece non ha figli, tutto ciò mi conferma che la vita è piena di contraddizioni. E poi che peccato apprezzare così una donna e scoprire che ha troppi anni per andargli appresso. Leggendo questa frase s' offenderà? Non credo proprio, è troppo intelligente.
Passiamo a Gianni, sempre sorridente, sempre pronto a dirti forza che ce la fai, sempre pronto a dirti te lo insegno io. Lui invece è sposato, ma anche qua niente figli. Come mai una persona così portata alla comunicazione e all' insegnamento non ha fatto un figlio da crescere? Eppure non è giovanissimo. Forse che i bambini non piacciono alla moglie? Che grande contraddizione sarebbe. O forse il lavoro lo assorbe talmente da farlo tornare a casa stanco? Esaurito? Bo.
Beatrice e Paola decidono di andare verso il monte Aquila per poi riunirsi a noi direttamente a Campo Imperatore.
Io Simone e Gianni restiamo ancora un po' a prendere il sole. Alle 11.30 partiamo dal rifugio per scendere a Campo Imperatore. È mezzogiorno siamo tutti e cinque alla macchina, la funivia non funziona, quindi si caricano i bagagli e si parte. Arriviamo alla base della funivia, scendiamo dalla macchina per fare pranzo.
Incredibile, il professore superiore nel fisico e nella mente si è dimenticato i panini al rifugio. Va be' ci compriamo un panino e tutto è risolto. Si riparte e non ho nessuna intenzione di accendere il walkman, sono letteralmente attratto dai dialoghi di Gianni e Paola.
La strada scorre e la fine di questa gita è sempre più vicina. Siamo alle porte di Roma e Simone è ormai arrivato, scende dall' auto prende i bagagli e ci saluta. Il CIM è vicinissimo, Beatrice è arrivata, anche lei afferra lo zaino e ci saluta, siamo rimasti solo in 3.
Arriviamo al CIM, scendo dall' auto, prendo il mio zaino, saluto Gianni e Paola e m' incammino verso casa, la gita è finita, la relazione sta per finire, la zia Adelina chissà dove dormirà questa notte e la radio trasmette una musica bellissima. È "Imagine" di John Lennon.